L’orecchio è l’occhio dell’anima.

Beatrice Resta

2026

Il Padiglione della Santa Sede ha valicato i limiti della Biennale 2026

Il 9 maggio è stata inaugurata a Venezia la sessantunesima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale Arte 2026. Il titolo In Minor Keys, concepito dal team curatoriale guidato da Koyo Kouoh, scomparsa nel 2025, invita a rivolgere l’attenzione verso le “tonalità minori”, che non indicano una riduzione, ma una diversa modalità percettiva fondata su uno spostamento dello sguardo e dell’ascolto. In questa prospettiva, la Biennale si presenta come una risposta corale alle tensioni del presente — disuguaglianze, razzismi e conflitti geopolitici — attraverso linguaggi artistici multidisciplinari. Le opere non si limitano a rappresentare tali condizioni, ma mettono in discussione i meccanismi che producono esclusione e marginalizzazione. L’ascolto assume così un valore etico e politico: non semplice percezione, ma apertura a ciò che resta ai margini del visibile e del dicibile.
In questa direzione si colloca il Padiglione della Santa Sede, articolato attorno al motto The Ear Is the
Eye of the Soul (“L’orecchio è l’occhio dell’anima”), che riconosce nella conoscenza un esito dell’ascolto, oltre la centralità del visibile e del tangibile.

Il progetto si sviluppa tra il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi a Cannaregio e il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello, assumendo la figura di Ildegarda di Bingen come riferimento centrale. Definita da José Tolentino de Mendonça «voce fortemente contemporanea», Ildegarda incarna un sapere integrato in cui dimensioni spirituali, naturali e musicali si intrecciano.
Per Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, il suono in Ildegarda è una forma di conoscenza che connette microcosmo e macrocosmo, configurando l’ascolto come pratica cognitiva e ambientale.
Il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice si presenta come archivio vivente, riformulato come “cantiere aperto”, dove il restauro diventa parte integrante dell’esperienza. I canti delle monache dell’Abbazia di Eibingen attivano una liturgia sonora che non rappresenta il luogo, ma lo ri-performa.
Il suono non evoca il passato, ma lo riattiva come materia percettiva. L’edificio non è un oggetto concluso, ma una struttura attraversabile in cui le stratificazioni diventano operative. Ne deriva una condizione profondamente polifonica, in cui le voci coesistono senza gerarchie e producono senso nella relazione.
In questo contesto, la polifonia non è soltanto una qualità musicale, ma un modo di costruire conoscenza attraverso la coesistenza di differenze.
Il secondo polo dell’installazione si colloca nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi. L’esperienza si sviluppa in forma individuale attraverso cuffie, attivando una dimensione immersiva legata alla
tradizione terapeutica ildegardiana.
Il giardino, ancora dedicato alla coltivazione di piante medicinali ed erbe benefiche, non funziona come scenario ma come ambiente attivo di relazione tra suono e natura.
Le composizioni sonore, affidate a una costellazione di artisti internazionali, lavorano su voci ed elementi naturali accompagnando il paesaggio senza sovrastarlo.
Il suono dissolve la percezione lineare dello spazio e del tempo, attivando un ascolto continuo e immersivo. Il punto centrale non risiede nella trasformazione percettiva in sé, ma nella sua mediazione. La tecnologia non si configura come dispositivo autonomo, ma come strumento discreto di supporto.
Non sostituisce il reale, ma ne facilita l’accesso sensibile, mantenendo il primato dell’esperienza.
In questa prospettiva, il progetto assume una posizione critica rispetto all’autonomia tecnologica: essa deve amplificare il rapporto tra soggetto e ambiente senza alterarne la qualità.